Ciao a tutti,
abbiamo deciso di condividere l’articolo scritto dal Dott. SANDRO PIAZZINI naturalista e ricercatore zoologo presso Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e nostro professore. In modo semplice ma, scientificamente rigoroso, spiega come la distruzione degli habitat naturali e la progressiva riduzione della biodiversità a livello globale ci abbia fatto precipitare dentro la pandemia e, non meno importante, ci indica anche la strada da seguire per fare in modo che questa situazione non si ripeta in futuro.
Grazie infinite per questo contributo.
Claudia, Jacopo e Giulia.

Andava tutto bene? Covid-19 e uno sguardo al futuro

Oggi, 31 marzo 2020. Pandemia CoronaVirus Disease 2019. Questi i dati attuali: quasi 800.000 casi accertati a livello globale, quasi 40.000 morti, e quasi 170.000 ricoverati (Fonte: Johns Hopkins University). Ma purtroppo questi numeri sono destinati a salire ancora molto. L’umanità non sta trascorrendo certo un periodo sereno.
E’ ormai dimostrato che il nuovo coronavirus fosse una malattia endemica dei pipistrelli del genere Rhinolophus e che alla fine abbia fatto il “salto di specie” sull’uomo, probabilmente passando attraverso un ospite intermedio che, con tutta probabilità, è stato un animale domestico allevato a scopo alimentare come dimostrato da alcuni studi (Guo et al., 2020; Zhang et al., 2020). Esiste una strettissima correlazione tra l’impatto dell’uomo sull’ecosistema naturale e l’emergere di malattie a noi trasmesse dagli altri animali, e l’attuale epidemia di Covid-19, era stata ampiamente prevista da alcuni studi ed è solo l’ennesimo e non ultimo episodio di pandemie provocate indirettamente dall’uomo attraverso la distruzione degli habitat, l’inquinamento, la sovrappopolazione, il consumo di risorse con un ritmo non sostenibile che porta inevitabilmente ad una forte perdita di biodiversità, cioè ad una diminuzione del numero delle specie di organismi viventi, piante e altri animali (Keesing et al., 2010; Morse et al., 2012; Di Marco, 2020). Eppure è successo. E ora siamo qui, a lamentarci di questa spiacevole situazione, spesso a piangerci addosso, e soprattutto a ripensare con gioia alla meravigliosa vita che ognuno di noi conduceva prima che arrivasse questo maledetto virus, sperando che nel futuro si torni presto al mondo “normale” dove “andava tutto bene”. Ma era davvero così? Nel mondo “normale”, dove “andava tutto bene”, abbiamo innescato un processo di riscaldamento globale, che, nell’ultimo quarantennio 1981-2019 è stato maggiore del 250% rispetto ai 100 anni precedenti (1880-1980, dove l’effetto delle attività dell’uomo sul clima era già molto importante) e ha causato la diminuzione del 20% delle precipitazioni, la scomparsa di circa 3 milioni di kmq di ghiacci nell’Artico e l’innalzamento di quasi 5 cm del livello dei mari (IPCC, 2014); nel mondo “normale”, negli ultimi 500 anni, a causa del nostro modo di vivere, abbiamo causato l’estinzione di quasi 700 specie di vertebrati e 38000 di invertebrati (si tratta di una sottostima) e ben 1 milione di specie animali e vegetali oggi sono a rischio imminente di estinzione (Ceballos et al., 2010; 2015; 2017; IPBES, 2019); dal 1990 ad oggi abbiamo distrutto 1,3 milioni di kmq di foreste per espandere il nostro cemento, per coltivare e per utilizzare il legno (Khokhar & Tabary, 2016); usiamo oltre 200 litri di acqua pro capite al giorno (SRM, 2017) sprecandone oltre la metà per abitudini inutili mentre per la siccità muoiono migliaia di altri animali e di altre persone; inquiniamo con i nostri reflui non depurati i fiumi ma più a valle prendiamo la stessa acqua per potabilizzarla e berla; spargiamo tonnellate di veleni come pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici per coltivare cereali, verdure e frutta che poi mangiamo; alleviamo animali chiusi in gabbie o stalletti dove devono passare l’intera vita senza poter neanche camminare e li ingozziamo perché crescano velocemente per poi mangiarli; compriamo cose di cui non abbiamo bisogno senza domandarci quale sia stato l’impatto sul pianeta per produrle; utilizziamo l’auto per spostarsi di 500 m ma ci va bene respirare lo smog che poi ci avvelena. Tutto ciò ci ha portato alla situazione attuale dove tutti noi, in Italia, ma anche nel resto del globo, dobbiamo e dovremo affrontare dei costi enormi: i costi in termini di vite umane, i costi dell’emergenza sanitaria, i costi indotti alle nostre attività economiche dalle misure di contenimento indispensabili per arginare il contagio e, conseguentemente, i costi in termini di benessere delle nostre vite, visto che al momento siamo privati, necessariamente, della nostra libertà, ma anche della certezza nel futuro che sinora avevamo dato per scontato.

Come potrà evolversi il nostro futuro?

Non lo sappiamo con certezza. Sembra che il Covid-19 sia favorito da bassi tassi di umidità e temperature primaverili, comprese tra i 5 ed i 15 gradi (Poirier et al., 2020; Sajadi et al., 2020), mentre forse, è possibile che sia il caldo, con temperature superiori ai 30 gradi, sia il freddo con costanti temperature sotto zero possano rallentare il contagio. Ma non ne abbiamo la certezza.
Molto probabilmente il Covid-19, trattandosi di un coronavirus, famiglia di virus a cui appartiene il raffreddore, si diffonderà di meno in estate ma forse, soprattutto per una più forte e pronta risposta immunitaria da parte del nostro organismo, che, quantomeno per gli europei, funziona molto peggio in inverno e con le basse temperature (Dopico et al., 2015). Ma, con tutta probabilità, il Covid-19 non sparirà dopo le misure di contenimento, ma ce lo ritroveremo a partire dal prossimo autunno. Da ora in poi, dovremo probabilmente conviverci.
Alla fine dei conti, quanto ci costerà l’aver scatenato indirettamente questa pandemia? L’UNCTAD (Un Conference on Trade and Development) afferma che ci vorrà, nel 2020, almeno 1 trilione di dollari a livello globale, ma in questi costi veramente enormi non è certo considerato il disagio, la preoccupazione e di conseguenza il peggioramento della qualità delle nostre vite, che ci accompagnerà ancora e non sappiamo per quanto tempo. Un’attenzione ed una cura diversa per l’ambiente naturale ci avrebbe potuto risparmiare gli enormi costi di questa epidemia; è accertato che un’elevata biodiversità riduce il tasso di trasmissione ed il rischio di malattie per gli umani e anche per il bestiame (Ostfeld, 2017).

Ma a questo punto cosa fare?

Io credo che esista un solo modo perché tutti noi e la nostra specie abbiamo una lieve speranza di  poter continuare a vivere in salute su questo bellissimo e unico pianeta: dobbiamo usare, per le altre specie e per l’ambiente, la stessa cura che abbiamo per le persone e le cose che ci sono più care, dobbiamo fermarci a guardare indietro quello che abbiamo provocato, riflettere sul nostro modo di vita e cercare di cambiare le abitudini e adeguare le nostre attività alle condizioni che stanno mutando. Dobbiamo riflettere sul nostro sistema economico globale, perché il Covid-19 sta mettendo in luce la sua estrema fragilità, insita nelle sue labili fondamenta, visto che si fonda sullo sfruttamento massivo delle risorse naturali, sull’aumento della popolazione mondiale e sullo spostamento di persone e di merci in tutto il globo. Forse è giunto il momento di pensare seriamente a rifondare, pian piano, un sistema economico meno fragile, magari attraverso un’economia sostenibile e circolare. Anche perché alla fine, probabilmente ci stiamo anche rendendo conto durante questa quarantena che non abbiamo bisogno di molto per vivere e che tante delle cose che facevamo e degli oggetti che usavamo sono in realtà inutili. E’ chiaro che un cambiamento di un sistema globale non è alla portata di noi modesti cittadini medi. Ma “Gutta cavat lapidem”, “la goccia scava la pietra” dicevano gli antichi Romani. Con le nostre scelte di vita possiamo condizionare questo sistema e tutti insieme possiamo far sì che, con un po’ di pazienza, si possa smuovere qualcosa anche molto in alto. E possiamo farlo solo noi, sia perché ce lo possiamo permettere per il relativo benessere in cui viviamo, sia perché la “civiltà occidentale” rappresenta spesso il modello per tantissimi paesi ancora in via di sviluppo. Le nostre scelte sono e saranno fondamentali: possiamo consumare meno carne, limitando il consumo a meno di 500 g alla settimana (come raccomandato dall’International Agency for Research on Cancer, un’agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e scegliendo animali domestici allevati in regime brado o semibrado; questo, a lungo termine, consentirà di ridurre il numero di animali allevati, favorirà gli allevamenti bradi che sono molto meno impattanti (e anzi fondamentali per il mantenimento di alcuni habitat) e aiuterà anche la nostra salute, visto che l’elevato consumo di carne è all’origine delle peggiori malattie del nostro tempo, primo fra tutti il cancro;
– possiamo prediligere prodotti biologici, coltivati con un utilizzo inferiore di sostanze chimiche come pesticidi, erbicidi e concimi chimici che sono alla base dell’inquinamento del suolo e dell’acqua e che stanno distruggendo centinaia di migliaia di specie animali e vegetali; i prodotti che oggi passano come “normali” e cioè non biologici sono fatti tutti utilizzando sostanze chimiche ma non c’è l’obbligo di scriverlo sull’etichetta;
-possiamo limitare al minimo i prodotti che vengono da molto lontano e hanno viaggiato in aereo;
– possiamo comprare pesce pescato con metodi sostenibili (cioè per esempio con la canna anziché con le reti a strascico) e rivolgere la nostra attenzione al pescato locale o a quello ottenuto con metodi sostenibili, certificato con la sigla MSC (Marine Stewardship Council);
– possiamo acquistare carta e legno certificati da FSC (Forest Stewardship Council) che ci garantisce che tali prodotti vengono da una gestione sostenibile delle foreste;
– possiamo regolare il riscaldamento a una temperatura più bassa, anche un solo grado in meno può ridurre considerevolmente le emissioni di anidride carbonica in atmosfera;
– dobbiamo ridurre all’essenziale l’utilizzo dell’acqua potabile evitando di utilizzarla per cose inutili o superflue;
– possiamo valutare anche di scegliere vacanze a minore impatto ambientale, magari utilizzando di rado l’aereo, che è il mezzo di trasporto più inquinante di tutti;
– dobbiamo esigere da tutti i politici programmi che contengano piani, soprattutto di lungo termine, per la salvaguardia ambientale, attraverso la creazione di aree protette e il sostegno di quelle esistenti, politiche economiche per la riduzione delle emissioni di CO2, per la riduzione dell’inquinamento e del consumo di suolo;
– dobbiamo anche reclamare che l’educazione ambientale sia una materia inseprogrammi scolastici così come italiano, storia o matematica, e che si investa di più nella ricerca, perché il nostro futuro sarà in buona parte un frutto che maturerà grazie all’investimento che il nostro paese fa e farà nelle scuola e nella ricerca scientifica;
– dovremmo probabilmente, prima di fare qualcosa, porci sempre la domanda su quale impatto possano avere le nostre azioni, sulla sopravvivenza delle altre specie e degli habitat.

Vi lascio con una speranza, un bellissimo brano di Albert Einstein tratto da “La crisi può essere una vera benedizione, 1955”: “Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce le proprie sconfitte e i propri errori alla crisi, violenta il proprio talento e mostra maggior interesse per i problemi piuttosto che per le soluzioni. La vera crisi è lìincompetenza. Il più grande difetto delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel trovare soluzioni.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora; senza crisi qualsiasi vento diventa una brezza leggera. Parlare di crisi significa promuoverla; non parlarne significa esaltare il conformismo. Cerchiamo di lavorare sodo, invece. Smettiamola, una volta per tutte, l’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.”
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